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Oggi è - Ultima modifica: Wednesday 03 January 2007

All'interno di Latino Autori sono presenti Traduzioni in italiano.

Seneca
Epistulae ad Lucilium
Riscatta te stesso
Comportati così, mio caro Lucilio: rivendica il tuo diritto su te stesso, raccoglie
conserva il tempo o che ti è stato tolto o che ti è stato sottratto o che altrimenti va perso.
Ti convinca il fatto che ciò che scrivo è realmente così: talvolta il tempo ci viene sottratto,
talvolta carpito di nascosto, talvolta ancora svanisce. Tuttavia, la perdita di tempo
dovuta a non curanza è l'atto più turpe e vergognoso. E se stai bene attento, gran parte
della vita ci sfugge nel compiere del male, la maggior parte di essa nel non far nulla,
tutta nel far altro. Chi mi indicherai che dia valore al tempo, che sappia apprezzare
ogni giorno, che comprende che ogni giorno si muore un po'? In questo infatti siamo indotti
in errore, nel fatto che vediamo la morte davanti noi: gran parte di questa è già trascorsa;
la morte possiede ogni minuto che sta dietro di noi. Fai pertanto, mio caro Lucilio,
ciò che già scrivi di fare, abbraccia ogni istante, succederà così che tu sarai meno dipendente
dal futuro se avrai messo le mani sul presente. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa.
Nulla, o Lucilio, ci appartiene, solo il così immenso tempo è nostro, la natura ci ha
messo in possesso di solo questa smisurata cosa, fuggevole e labile, ma ne esclude chiunque la voglia.
La grande stoltezza dei mortali che sopportano che vengano loro messi in conto, quando
li hanno ottenuti, quei beni che sono insignificanti, privi di alcun valore e comunque
compensabili; nessuno che abbia ricevuto del tempo crede di dover qualcosa, quando invece questo
è unico, poiché neppure una persona riconoscente è in grado di restituirlo.
Ti chiederai forse come mi comporto io, che ti do questi insegnamenti. Ti risponderò
con franchezza: faccio ciò che capita ad una persona prodiga, ma attento, tengo cioè conto delle mie spese.
Non posso dire di non perdere niente, ma posso dire che cosa perdo
e perché e in che modo; riprodurrò il motivo della mia povertà. Mi accade ciò che capita
alla maggior parte di coloro che sono ridotti all'inoperosità, non per loro colpa: tutti sono
pronti a scusarli, nessuno li aiuta. E allora? Personalmente non reputo povero colui
a cui è sufficiente quel poco, anche minimo, che gli rimane; preferisco tuttavia che tu
conservi ciò che possiedi e che tu ti impegni per tempo. Infatti, come era già chiaro ai nostri antenati,
è tardi fare risparmi quando si è giunti al fondo; in fondo non rimane solo la minima parte, ma anche la peggiore. Addio.
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Epistulae ad Lucilium
Durata e qualità della vita umana
Nella lettera nella quale ti sei lamentato della morte del filosofo Metronatte come se avesse
potuto e allo stesso tempo dovuto vivere più a lungo, ho sentito la mancanza del tuo senso di giustizia,
che hai in abbondanza in ogni funzione, in ogni tua attività, ma che ti manca in una cosa sola,
come del resto a tutti. Ho trovato molti uomini giusti nei confronti degli esseri umani,
nessuno nei confronti degli Dei. Ogni giorno rimproveriamo il Fato: perché qualcuno viene strappato
alla vita a metà del suo cammino? E perché qualcuno invece no? Perché la vecchiaia si abbatte
su di te e non su di un altro? Non è forse più giusto, in nome del cielo, che tu obbedisca alla natura
e che la natura obbedisca a te? A chi d'altra parte interessa quanto presto esci da dove
comunque devi uscire? Non bisogna preoccuparsi di quanto a lungo viviamo,
ma di vivere abbastanza: infatti, il Fato serve a farci vivere più a lungo, l'animo per farci vivere meglio.
La vita è lunga se è vissuta a pieno, d'altra parte è sazia, quando l'anima ha riconsegnato
a se stessa il suo bene e ha trasferito a se il domino di se stessa. A che cosa giovano a quello ottant'anni
protratti nell'inerzia? Non ha vissuto costui, ma si è attardato nella vita e non è morto tardi,
ma lentamente; l'importante è da che giorno calcoli la sua morte. Al contrario, quello che è morto
nel fiore degli anni, ma ha sempre adempito al compito di cittadino, di amico fedele
e di figlio rispettoso e non è mai venuto meno ai suoi doveri, anche se la sua età è incompleta,
è completa invece la sua vita. "Visse ottant'anni": anzi è esistito per ottant'anni, se non che,
dici che è vissuto così saldamente, come si sostiene che solo gli alberi vivano.
Ti supplico Lucilio, facciamo in modo che la nostra vita non sia vistosamente lunga,
ma densa come le cose preziose; la valutiamo dalle azioni compiute, non dal tempo trascorso.
Vorrai sapere quale differenza vi sia tra un individuo vigoroso, disprezzante della sorte
che ha adempito ad ogni dovere della vita e che è giunto al sommo bene e un altro cui sono
trascorsi un gran numero di anni? L'uno vive ancora dopo la morte, l'altro ha cessato
di vivere ancor prima di morire. Lodiamo dunque e poniamo nella cerchia dei felici colui
del quale è stato ben impiegato il poco tempo che gli è toccato in sorte. Vide infatti la vera luce;
non fu uno tra tanti; ha vissuto da Forte; talora ha goduto di giorni sereni, talora, come succede,
lo splendore del sole si è mostrato attraverso le nubi. Perché chiedi quanto a lungo è vissuto?
E ancora vivo: si è condotto fino ai posteri e a questi si è donato, attraverso la memoria.
Ne per questo rifiuterei che mi toccassero in sorte più anni, tuttavia non dirò che mi sia venuta
meno parte della felicità se mi viene troncata la sua durata; non ho infatti programmato la mia esistenza
su quel giorno che un avida speranza mi aveva promesso come ultimo, ma ho guardato ogni giorno
come se fosse l'ultimo. Perché mi chiedi quando sono nato o se fino al momento attuale
sono annoverato tra i più giovani? Ho ricevuto la mia parte. Come in un corpo di piccola statura
può essere perfetto, così in un limitato spazio temporale la vita può essere perfetta.
L'età è fra le cose esteriori. Quanto a lungo ci sarà non dipende da me: da me dipende
che viva veramente tutto il tempo che dovrò vivere. Pretendi questo da me,
che non trascorra tra te tenebre un'esistenza ignobile, che viva la vita e che non mi lasci vivere.
Chiedi quale sia la durata più elevata della vita? Vivere fino al raggiungimento della saggezza,
a cui giunge non colui che ha toccato la meta più lontana, ma quella più eccelsa.
Quello in verità sia fiero senza timore, ringrazi gli dei e fra loro ringrazi anche se stesso e attribuisca
alla natura delle cose ciò che è stato. A buon diritto egli si farà merito del fatto che a essa
ha restituito una vita migliore di quella che ha ricevuto. Ha offerto l'esempio del buon uomo,
ha mostrato le sue qualità e la sua grandezza; se avesse prolungato la sua esistenza,
tutto sarebbe stato uguale al passato. E insomma, fino a che punto viviamo? Abbiamo usufruito
della conoscenza di ogni cosa: sappiamo su quali principi si fonda la natura, che ordinamento dia al mondo,
attraverso quali cicli faccia ritornare l'anno, in che modo abbia posto un limite a tutte le cose
future e si sia posta come termine a se stessa, sappiamo che le rimanenti sfere celesti ruotano
senza interruzione, sappiamo in che modo la natura superi il sole, in che modo, pur essendo più lenta,
lasci dietro il sole, che è più veloce, come riceva o perda luce, per quale ragione induca la notte,
per quale ragione faccia ritornare il giorno: là è la stessa quando la guarderai più vicino.
Quello sapiente disse: "Ne esco da questa vita con maggior coraggio, perché spero che mi
sia aperta la via verso i miei Dei. Ho meritato certamente di essere accolto e fui già fra gli Dei;
e il mio spirito si è innalzato fino a loro e costoro hanno fatto discendere il loro spirito fino a me.
Ma pensa che io sia morto e che dopo la morte non rimanga nulla dell'uomo: ugualmente ho un'anima
grande anche se non andrò a finire in nessun luogo." Non tanto molti anni visse quanto avrebbe potuto.
Anche un libro di poche righe deve essere lodato e può essere lodato: tu sai quanto
siano lunghi gli Annali di Tanusio. Forse che in qualche cosa giudichi più felice il gladiatore
che muore alla fine dello spettacolo, rispetto a quello che muore a metà? Forse pensi che
qualcuno sia scioccamente così avido della vita da preferire di essere scannato nello spogliatoio,
piuttosto che nell'arena? Non ci precediamo l'un l'altro di un intervallo di tempo maggiore.
La morte si presenta a tutti: colui che uccide raggiunge l'ucciso. Ci tormentiamo tanto per una cosa da così poco.
A che serve che tu lungamente ti sottragga a ciò che non puoi evitare? Addio.
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De constantia sapientis
Il saggio è saldamente in possesso dei suoi beni
Ogni ingiuria è una diminuzione a danno di colui contro cui è indirizzata, ne qualcuno
può ricevere un'ingiuria senza alcun danno dalla posizione sociale o del corpo o dei beni,
posti fuori di noi: il sapiente non può perder nulla; tutte le sue ricchezze sono riposte in lui,
non affida nulla alla fortuna, ha posto i suoi beni su solide fondamenta contento della virtù
che non ha bisogno di beni offerti dalla fortuna e per questo non può ne aumentare ne diminuire.
Infatti sia le cose che hanno raggiunto l'apice non lasciano spazio per un ulteriore incremento,
sia la fortuna non porta via nulla se non ciò che essa stessa ha dato; ma la fortuna non da la virtù,
quindi non può neanche portarla via; essa è libera, inviolabile, immutabile, costante,
così che essa si tempra contro il caso, da non poter essere neppure piegata, tanto meno sconfitta.
Mantiene lo sguardo retto di fronte ai terribili strumenti di tortura, il volto impassibile,
sia di fronte alle sventure, sia davanti al favore della sorte. Perciò il sapiente non perde alcun bene
la cui perdita possa procurargli dolore; infatti la virtù è l'unico possesso inalienabile,
il saggio non puoi mai essere allontanato da essa, egli fa uso di tutte le altre cose solo precariamente:
chi mai è offeso della perdita di ciò che gli è estraneo? Che se l'ingiuria non può danneggiare nulla dei beni,
che sono propri del saggio, poiché se la sua virtù è intatta, anche i suoi beni lo sono,
pertanto non può darsi ingiuria contro il saggio. Demetrio, il cui soprannome fu Poliorcete,
aveva conquistato Megara. Il filosofo Stilbone, interrogato da questo, se avesse perso qualcosa,
risponde: "Niente affatto, i miei beni sono con me!" Eppure il suo patrimonio era finito nel bottino di guerra,
il nemico si era portato via le sue figlie, la sua patria era caduta in mano allo straniero,
a lui stesso il re, circondato dalle armi dell'esercito vincitore, parlava guardandolo dall'alto in basso.
Quello gli strappò la vittoria e testimoniò che, nonostante la città fosse stata conquistata,
egli non soltanto era invitto, ma anche indenne: aveva con se infatti i veri beni,
sui quali non si possono allungare le mani; quelli che erano in vista erano stati separati e distrutti,
tuttavia egli non li giudicava propri, ma venuti dall'esterno e pertanto destinati a seguire
il cenno della fortuna; perciò Stilbone non aveva amato quei beni come suoi propri:
infatti il possesso di ogni cosa che proviene dall'esterno è malfidato e incerto.
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