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Oggi è - Ultima modifica: Wednesday 03 January 2007

All'interno di Materie Varie sono presenti Approfondimenti, Articoli, Ricerche e Tesine.

James Nachtwey, testimone di guerra: "La cognizione del dolore"
Un tragico affresco di paesi e genti.
Dove il dramma della sofferenza è rappresentazione, testimonianza.
E richiama a una comune responsabilità. Troppo spesso disattesa.

"Di tutti i mezzi d'espressione, la fotografia è il solo che fissa un istante preciso. Noi giochiamo con le cose
che scompaiono, e, quando sono sparite, è impossibile farle rivivere (...) da ciò la nostra angoscia ma
anche l'essenziale originalità del nostro mestiere". Così, nel '52, Henri Cartier - Bresson a proposito
del reportage fotografico. A 50 anni di distanza, l'angoscia di ciò che sparisce per sempre
rimane - come dimenticare del resto il nostro inesorabile trascorrere? - e permangono i motivi che
hanno spinto una enorme quantità di fotografi a sentirsi testimoni della loro epoca. Particelle di vita
impresse su carta, che ancora non eludono l'inquietudine e il sogno di afferrare il tempo, anche se per un
attimo, le immagini fotografiche hanno la possibilità di suggellare momenti irripetibili, comunicare, evocare.
Non a caso, a più di un secolo dalla nascita dei primi reportage, si continua a provare grande interesse
per questo tipo di narrazioni. La realtà e il racconto coabitano e le immagini-sequenza acquisiscono
un ampio potere descrittivo. Ma quando la realtà si fa tragedia, diventa guerra, sofferenza, il racconto
diventa molto scomodo: costringe a venire a patti con la coscienza, a rispolverare sentimenti e paure.
Corpi sprofondati nel dolore fisico e psicologico, volti che portano tracce inestinguibili di
soprusi e violenze, paesaggi devastati e desolati che amplificano momenti drammatici dell'umanità.
Le immagini non possono eliminare questi drammi, possono però imprimerli nella memoria.
E possono, nel migliore dei casi, richiamare le "cose" dall'interno dell'anima
mobilitando la responsabilità dell'osservatore. Con la speranza che qualcosa resti.
Magari sulle tracce di Goya - strepitoso incisore dei drammi di guerra - ricordare che distruzione
e sofferenza accomunano ogni conflitto e che la loro rappresentazione non è cosa obsoleta.
Si trova allora, come spettatori, la forza di superare quell'onda di dolore - quasi nuova
violenza - che viene addosso quando si guardano patimenti che scavalcano i limiti
dell'immaginazione oltre le soglie dell'umano. Finita l'epoca della sola parola scritta,
il fotogiornalismo degli anni '30 ha portato nella vita di tutti il racconto visivo: basta uno sguardo
anche distratto alla stampa perché le immagini catturino l'attenzione in un tempo brevissimo.
E spesso sono visioni drammatiche quelle che scorrono sui quotidiani. Ma chi ha visitato a
Roma (Palazzo delle esposizioni) la mostra di James Nachtwey si è trovato di fronte a qualcosa
di diverso: il dramma della sofferenza non è solo rappresentazione, ma testimonianza.
Visitare una mostra-reportage di questo tipo avvicina un po', anche se da una postazione
sicura e privilegiata, al coraggio e all'impegno etico del suo autore. Il percorso: scandito da
11 sezioni, in tutto 139 fotografie in bianco e nero e a colori, un tragico affresco di
paesi e genti: Fatti di guerra, Romania, Sud Africa, Cecenia, Carestie in Africa, Delitto
e Castigo in America, Balcani, Indonesia, Afghanistan, Rwanda, Europa dell'Est.
Non solo la guerra è teatro di atrocità, ma anche abuso di potere. Nachtwey indaga tra le pieghe
della crescente esigenza di ritorno all'ordine della società americana che ha creato atteggiamenti
fortemente punitivi contro le minoranze razziali e i ceti economicamente più fragili;
testimonia i danni del degrado ambientale ed ecologico in alcuni paesi dell'est, "parla" della carestia
che per motivi finanziari ha investito alcuni paesi come la Somalia e il Sudan e della difficile convivenza
di minoranze etniche fomentata da interessi politici. Non tralascia l'orrore dell'Aids che ha
colpito migliaia di bambini della Romania, in seguito alla politica di Ceausescu, arrivando
sino al conflitto nei Balcani. Ogni sofferenza, a prescindere dalla sua natura, per Nachtwey
richiama a una comune responsabilità troppo spesso disattesa. Declamato erede del grande
maestro ungherese del foto-giornalismo Robert Capa oltre che dimostrare pari coraggio,
prosegue la rigorosa etica professionale: informare per offrire una possibilità di conoscenza,
di memoria e riflessione. Si inserisce in una corrente di pensiero che associa in modo umano la
professione a una vera e propria missione in cui il reporter ha una grande responsabilità morale.
La sua esperienza intima di uomo non è separata da quella del professionista-testimone:
trascorre molto tempo nei paesi che fotografa, si immerge nelle loro culture, attento a scoprire
possibili corrispondenze con paesi e genti apparentemente lontani sulla base della sua spiccata umanità.
È il fotogiornalismo del Vietnam a svelargli la forza comunicativa delle immagini documentaristiche
e la sua "vocazione di fotografo di guerra". Il primo lavoro da free-lance è un reportage sull'Irlanda
del nord del 1981 pubblicato su "Newsweek", da cui parte cronologicamente il lavoro di questa esposizione.
È membro dal 1986 della Magnum Photos, una delle più grandi agenzie fotografiche cooperative,
costituita nel '47 da R. Capa, D. Seymour, H. Cartier - Bresson, R. Rodger, W. Vandivert.
La rigorosa composizione formale e la chiarezza delle immagini di Nachtwey superano
ogni possibile retorica delle rappresentazioni di guerra. Nel tentativo di andare oltre per cercare
un punto di vista più onesto e significativo possibile, esse finiscono per avere una grande
capacità evocativa, una potenza esemplare, ma sempre rinnovata della tragicità del dolore.
Il racconto visuale diviene solenne e iconico. La speranza prospettata verso il futuro non manca,
è affidata all'uomo. L'artisticità delle immagini non vela la verità, ma sollecita la coscienza.
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Vita e opere di Andrea Camilleri
Nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, Andrea Camilleri vive da anni a Roma.
Regista, autore teatrale e televisivo, ha scritto saggi sullo spettacolo.
Sin dal 1949 lavora come regista e sceneggiatore; in queste vesti ha legato il suo nome
alle più note produzione poliziesche della tv italiana: quelle che avevano come protagonisti
il tenente Sheridan e il commissario Maigret. Col passare degli anni ha affiancato a questa attività
quella di scrittore; è stato autore infatti di importanti romanzi di ambientazione siciliana
nati dai suoi personali studi sulla storia dell'isola. Il grande successo è poi arrivato
con l'invenzione del Commissario Montalbano, protagonista di romanzi che non abbandonano
mai le ambientazioni e le atmosfere siciliane e che non fanno alcuna concessione
a motivazioni commerciali o a uno stile di più facile lettura. Alla già ricca bibliografia di Andrea Camilleri
oggi si aggiunge un interessante viaggio fotografico all'interno dei luoghi descritti
e raccontati attraverso il commissario Salvo Montalbano. È un'isola dalla bellezza ammaliante
e dalle mille contraddizioni, dalla luce accecante e dagli inquietanti chiaroscuri la Sicilia
che Andrea Camilleri racconta nei romanzi storici e nelle avventure del commissario Salvo Montalbano.
Pagine fortemente evocative, che sprigionano con prepotenza il fascino di una terra
alla quale l'autore si sente inscindibilmente legato, e di cui immortala, nella sua inconfondibile
e straordinaria lingua, quella sorta di teatralità intrinseca che tanto la caratterizza.
Di tutto ciò questo libro rende atto, inanellando un racconto per immagini suggestivo
ed efficace e accompagnando il lettore in un viaggio appassionante nello splendore delle coste isolane,
nella luce delle chiese barocche, nei cupi verdi e marroni delle zone aride dell'interno.
Scrive Paolo Nicita su La Repubblica il 12/09/2003: "Il posto solito era la spiaggia di Puntasecca,
una corta lingua di sabbia sotto una collina di marna bianca, quasi inaccessibile via terra,
o meglio accessibile solo per Montalbano e Gegè che fin dalle elementari avevano scoperto
un sentiero già difficoltoso a farselo a piedi". Eccola la spiaggia di Capo Rossello a Porto Empedocle,
raccontata ne "Il cane di terracotta", la cui descrizione letteraria adesso cammina parallelamente
alle immagini di Giuseppe Leone nel libro "La Sicilia di Andrea Camilleri - Tra Vigàta e Montelusa",
curato da Salvatore Ferlita, con un testo di Paolo Nifosì e pubblicato dalle edizioni Kalòs.
Tra luoghi veri e angoli di Sicilia inventata due volte - prima dalla penna di Camilleri
e poi dalla trasposizione televisiva - il libro delinea così una nuova geografia dell'Isola,
dove la realtà cade nelle maglie di una visione da fata Morgana.
E il gioco del vero e del falso continua per tutte le pagine: e così, "tampasiannu e discurrennu"
con Camilleri, si sfogliano le pagine dell'isola che non c'è, ma che esiste realmente.
Ed è lo stesso Camilleri a far da cicerone ai luoghi dei suoi libri, conversando amabilmente
con amici e fan al bar del paese, firmando autografi dalle prime ore del mattino
tra un sorso di birra e l´immancabile sigaretta tra le labbra.
E che in barba alle dissuasive scritte da necrologio apparse sui pacchetti dice:
"Ne fumo tre pacchetti e me ne fotto". Da una foto a un frammento di romanzo,
il viaggio nella Sicilia di Camilleri è un modo per ripercorrere luoghi conosciuti senza averli mai visti,
e a questa defaillance tra ciò che si conosce solamente dalle narrazioni televisive
e letterarie corrono in aiuto le immagini di Giuseppe Leone, che dà l'opportunità
di conoscere le volute barocche di Ragusa e Modica, spiagge bianche, paesaggi assolati
e rigogliosi e antiche dimore nobiliari. E a proposito della lingua di Camilleri,
il suo elemento di peculiare riconoscibilità e fortuna, Ferlita la pone in parallelo con quella
della traduzione di Euripide in siciliano fatta da Luigi Pirandello nel 1918. Somiglianze notevoli,
per cui Ulisse e Catarella scoprono di avere molti punti in comune.
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